SALENTO TURISMO INFOPOINT
venerdì 22 marzo 2013
mercoledì 20 marzo 2013
LA CUDDURA
Durante le scampagnate nel giorno di Pasquetta, nel Salento si mangia la cuddura (dal greco kulloura che significa “corona”). Nell’antichità era prodotta da pastori o viandanti i quali la infilavano nel bastone o nel braccio e la portavano con loro nei loro spostamenti.
E' un pane con le uova sode (cuddura cull’ova), che si consuma a Pasquetta; tipico del Salento, di antica origine, legato all’uso dell’uovo durante i riti pasquali e tramandato dalla tradizione contadina, considerato per molto tempo il dolce pasquale dei poveri, ma poi rivalutato per la sua facile realizzazione e per le possibili varianti realizzabili Una ricetta molto simile era preparato dalle ragazze per i fidanzati, a dimostrazione del loro amore, sagomandola a forma di cuore.
lunedì 18 marzo 2013
LA MASSA DI SAN GIUSEPPE
La massa di San Giuseppe.
Questo piatto rappresenta la ricetta più antica legata alla tradizione gastronomica Salentina. Le sue origini si possono trovare negli scritti del poeta latino Orazio, che decantava una minestra composta da ceci, porro e lasagne. In seguito nel Salento, questo tipo di pasta si è diffusa con il nome di "Tria", derivata dalla parola araba "itriyah" (pasta secca), o "Massa di San Giuseppe" perchè preparata proprio per il 19 marzo "Festa del Papà". Rappresentava il piatto principale delle "Tavole di San Giuseppe", un rituale antico durante il quale si allestivano delle grandi tavolate con i prodotti della terra per offrire un pasto ai poveri del paese.
Ancora oggi in alcuni borghi si ripete, nel giorno del Santo, questo rituale per fare un voto o ottenere una grazia. Un piatto povero ma molto gustoso che ormai è preparato durante tutto l'anno. L'ingrediente principale sono i ceci, la pasta "Tria" si prepara semplicemente con semola di grano e acqua, il tutto è insaporito da una parte di pasta che viene fritta i "frizzuli" in olio extravergine di oliva .
sabato 16 marzo 2013
SAN GIUSEPPE E LE SUE TAVOLE
Il 19 Marzo, in tutto il salento (anche a Nociglia) si festeggia San Giuseppe all'insegna della tradizione popolare con le Tavole di San Giuseppe.
Secondo la tradizione le Tavole, in generale, costituivano il pranzo offerto in onore di S. Giuseppe.
Venivano imbandite nella stanza più spaziosa della casa, spesso la camera da
letto. Il visitatore, entrando, trovava diverse tavole, tutte coperte da
candide tovaglie e imbandite con le pietanze di rito. Sulla tavola più grande,
al centro, veniva sistemata la statua o l'immagine del Santo circondata da
fiori e candele accese come su un piccolo altare.
Le tavole si distinguevano tra cotte e crude. Le prime venivano preparate
diversi giorni prima della festa ed i cibi cotti durante la notte. Le pietanze
erano numerose: grossi pani a forma di tarallo da 5 Kg . circa con in mezzo
un'arancia, teste di finocchio, pasta condita con ricotta fresca e miele, rape,
ceci, pesci (per ricordare il miracolo della loro moltiplicazione), cavoli
fritti, stoccafisso, cipollacci col ciuffo, vino. Pasti umili in memoria della
povertà del Santo.
Le tavole crude presentavano oltre alle pietanze succitate, naturalmente crude,
anche olio, miele.
Le varie pietanze erano disposte
in bell'ordine su vari tavoli e, ove questi mancassero, sui letti.
Alle tavole venivano invitati parenti ed amici secondo il detto: San Giuseppe
invita i soi, i soi (San Giuseppe invita i suoi, suoi) e rappresentavano i
Santi: il più anziano San Giuseppe, il più piccino Gesù ed una donna giovinetta
la Madonna.
I santi erano in numero di tre e sempre dispari richiamandosi al numero dispari
della Sacra Famiglia ed al numero degli apostoli partecipanti all'ultima cena.
Alla vigilia della festa il parroco visitava la casa dove erano state imbandite
le tavole per benedirle: da quel momento la casa rimaneva aperta ai visitatori
che vi si recavano per ammirare, pregare ed assaggiare.
Anche durante la notte la casa rimaneva aperta, mentre i padroni vegliavano
pregando.
A mezzogiorno, dopo che gli invitati rappresentanti i santi avevano ascoltato
la messa e fatto la comunione, cominciava il pranzo.
Il posto di San Giuseppe era contrassegnato da un bastone foderato di carta e
ornato di un mazzetto di fiori in cima, simbolo del miracolo per mezzo del
quale il Santo fu scelto quale sposo di Maria.
San Giuseppe siedeva a capotavola, e battendo il bastone per terra, dava inizio
al pranzo dopo aver recitato una preghiera e aver battuto dei colpi con la
posata sul bordo del piatto a mò di segnale.
La preghiera veniva ripetuta ad ogni portata. Il pane non veniva consumato
tutto: una parte era conservata per tutto l'anno ed usata contro il maltempo
gettandone un pezzetto per aria tra una preghiera e l'altra. Il pane conservato
a lungo non ammuffiva. Chiunque avesse
partecipato alla tavola dava parte del pane che portava con sè agli amici e
parenti, come se si trattasse di una reliquia.
La festa di S. Giuseppe a Nociglia si colorava invece di note differenti.
Il diciannove marzo la tavola ospitava dai 3 ai 7 commensali che
simboleggiavano la sacra famiglia ed alcuni apostoli.
Venivano invocati S. Giuseppe, Maria, S. Gioacchino, Gesù e Sant'Anna.
Una filastrocca caratteristica ci riporta psicologicamente nei tempi in cui la
fede era sentita profondamente e si riviveva l'atmosfera e l'evento come se
accadesse realmente in quei momenti.
La tavola di S. Giuseppe era una
tradizione che si rinnovava presso tutte le famiglie povere e benestanti con
devozione; oggi viene perpetuata da pochi. I piatti tradizionali erano: lamponi
con aceto e olio; cavolfiore bianco lesso o fritto; fave bianche con grano duro
stumpàtu (pestato) e carico di pepe; pesce fritto; massa (pasta fatta in casa)
o tagliarina condita con molto pane grattuggiato fritto e con miele; zucchero e
cannella; bucatini con lo stesso condimento di pane grattuggiato e miele;
stoccafisso al sugo; pane a forma di tarallo molto grande benedetto in chiesa
in onore del Santo, finocchi.
Erano ammesse alla tavola di S. Giuseppe solo quelle persone che in quel
momento rivestivano il ruolo del Santo.
A fine pranzo ogni Santo portava con sè a casa un piattino di maccheroni col
miele, frittura e il grosso pane a forma di tarallo.
Con il passare degli anni questa
tradizione è andata gradualmente perduta, ma ogni anno riproposta per
risvegliare negli animi dei nocigliesi antichi ricordi di un passato che, se
pur doloroso e copioso di sacrifici e
povertà, non dovrà mai essere dimenticato perché parte della nostra storia e
materia prima della nostra crescita sociale e culturale: un bagaglio, quindi,
da tramandare alle generazioni future affinchè non abbiano mai oblio delle
proprie radici.
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