venerdì 22 marzo 2013

IL BRIGANTAGGIO NEL SALENTO


Quando nel 1860 lʼesercito borbonico viene sciolto dai Piemontesi che hanno occupato il Mezzogiorno, la situazione sociale, politica ed economica nellʼantico Regno diventa caotica. Nuove leggi e disposizioni soppiantano improvvisamente le antiche consuetudini, cambia il corso della moneta, la pressione fiscale si inasprisce, migliaia e migliaia di “sbandati” (così vengono definiti i licenziati soldati dellʼesercito che vengono rimandati nelle proprie case senza avvenire, senza prospettive né di carriera né di lavoro, senza provvidenza alcuna) si aggiungono alle già precarie difficoltà lavorative. A tutto ciò si aggiunge improvvisamente lʼabolizione degli usi civici e la leva obbligatoria (lʼesercito borbonico era composto da volontari che venivano normalmente stipendiati con la garanzia che a fine carriera avrebbero ricevuto la pensione). In ogni parte del Regno, ma soprattutto nei piccoli centri come Parabita, la maggior parte della borghesia locale si è improvvisamente schierata con gli invasori, allettata dalle prospettive dellʼacquisto di ingenti territori demaniali ed ecclesiastici e dovunque si istituisce la Guardia Nazionale.
“Gli sbandati” che ancora sperano di essere riarruolati e che ancora si ritengono leali al giuramento di fedeltà alla Corona, vengono guardati con sospetto e allontanati da qualsiasi opportunità di lavoro. In tutto il regno, già alla fine del 1860, scoppia l'insorgenza contadina sollevando decine di paesi, migliaia di contadini esasperati, numerosi soldati che si oppongono al nuovo stato di cose.
Nasce e si sviluppa quel gigantesco fenomeno di opposizione alle truppe di occupazione che impropriamente passerà alla storia come “brigantaggio”.
Il Salento, lʼantica Terra dʼOtranto, non è immune da questo fenomeno. Dal Brindisino al Tarantino al Leccese, migliaia di persone imbracciano i fucili, si danno alla macchia e si oppongono allʼesercito regio. Sebbene il brigantaggio in Terra dʼOtranto non abbia conosciuto lʼesasperazione e la recrudescenza di altre zone, pure si pone allʼattenzione delle forze dellʼordine che impiegano notevoli energie umane e finanziarie per sconfiggere il fenomeno. Pizzichicchio, Ninco Nanco, il Sergente Romano, sono alcuni dei personaggi noti del Brigantaggio salentino. Fra questi spicca, in maniera del tutto originale, Lo Sturno.
Il personaggio
Nasce il 15 novembre del 1831 a Parabita, da una famiglia di contadini, Rosario Leonardo Parata. Spinto da difficoltà economiche e dalle necessità di sopravvivenza di una famiglia numerosa, decide di arruolarsi nellʼesercito del Regno delle Due Sicilie, dove, per il suo carattere sveglio e per la sua vivace intelligenza, raggiunge il grado di sottufficiale. Alla fine del 1860, sciolto lʼesercito borbonico dai Piemontesi, come migliaia di altri commilitoni, rientra nel proprio paese e trova una Parabita totalmente diversa rispetto a quella che aveva lasciato partendo per il militare.
Un paese in forte tensione politica, stretto fra neo conservatori (il clero locale ospita il vescovo Vetta di Nardò il quale si era rifiutato di cantare il Te Deum in onore di Vittorio Emanuele II, mentre alcuni latifondisti spingono i propri contadini ad opporsi ai Piemontesi) e neoliberali di ispirazione sabauda. Eʼ istituita la Guardia Nazionale e nel 1861 si costituisce un “Circolo patriottico” che aderisce al movimento provinciale di adesione ai Savoia. La piccola e media borghesia compra i beni demaniali arricchendosi ancora di più e formando quella classe di “galantuomini” che soppianterà la vecchia aristocrazia prendendo in mano le leve del potere politico ed economico. Il lavoro scarseggia, i soprusi delle classi dominanti diventano sempre più evidenti: Rosario Parata viene guardato con sospetto dalla classe politica locale e per lui tutto diventa più difficile. La scelta è quasi ineludibile. Profondo conoscitore del territorio, abile cavallerizzo, dotato di un notevole fascino di capo, riunisce intorno a sé un gruppo di sbandati e si dà alla macchia. Assume il soprannome di “Capitan Sturno” e, semplicemente, “Lo Sturno” diventerà dal 1861 al 1864, uno dei maggiori briganti del Sud Salento. Si rifugia e si nasconde spesso in contrada Boggi, in un casolare del cugino Giuseppe Camisa e con i suoi primi compagni Giovanni Sansone, Salvatore Fiorenza, Andrea Ruggeri, Lucio Giaffreda mette in atto una serie di avventure che lo impongono allʼattenzione dei Carabinieri e della Guardia Nazionale.
Continua ad indossare la divisa dellʼesercito, irrompe a cavallo in vari centri sventolando la bandiera bianca gigliata dei Borbone (la polizia la definirà “uno straccio bianco”), incita la folla “ad armarsi contro i poteri dello Stato” inneggiando a Francesco II. Nella notte fra il 20 e il 21 giugno del 1861 la piccola banda cade in una imboscata e viene fatta prigioniera. In maniera rocambolesca Parata riesce ad evadere, consacrandosi da quel momento come il brigante più coraggioso e spavaldo di tutta la zona.
Lo Sturno diventa un nome leggendario, ricercato e temuto dagli organi militari di tutto il territorio. Ricostruisce una nuova numerosa banda (50/60 elementi) formata tutta da ex soldati e da alcuni renitenti alla leva (migliaia di giovani meridionali si rifiuteranno di arruolarsi nellʼesercito piemontese, dandosi alla macchia), che guida con piglio sicuro e con una strategia militare da guerriglia. Disaggrega la banda in sottogruppi (10/15 - 20/25 - 30/40) con i quali, in relazione ai luoghi e ai paesi che “visita”, scorazza come un fulmine spesso infliggendo gravi sconfitte agli avversari. Spesso fa capeggiare i piccoli gruppi dai suoi luogotenenti, soprattutto quando contemporaneamente è impegnato in altre scorribande. Nei casi che ritiene più importanti guida lʼintera banda facendosi annunciare da un tamburo e un cornetta, seminando lo scompiglio.
La gente lo protegge e lo sostiene, fino al punto che il padre Giuseppe e il fratello Antonio, pressantemente interrogati dalle forze dellʼordine, dichiarano di averlo disconosciuto da familiare e di averlo definitivamente allontanato da casa (si sospettò addirittura che la Guardia Nazionale fosse qualche volta sua complice e lo coprisse nelle sue avventure.
Nellʼavvenimento di Gagliano, infatti, i componenti della G.N. vennero processati per “rifiuto di servizio dovuto e di complicità di sciente assistenza a banda armata”, mentre il comandante Zeffirino Daniele si diede addirittura alla latitanza e si sospetta che in seguito divenne componente della banda).
Parata non si macchiò mai di delitti e forse per questo gli organi di polizia definiscono le imprese delle “spacconate”. In effetti alcune di esse sono eclatanti e leggendarie.
La mattina del 23 agosto 1861 ha uno scontro con la G.N. di Poggiardo e, dopo averla velocemente sbaragliata, si reca, con un gruppo di 25 elementi, a Nociglia, preceduto dal rullìo del tamburo e dagli squilli di tromba: a passo di carica e sventolando la bandiera entra nel paese attraversandolo tutto. Si ferma in piazza, invitando i Nocigliesi a gridare “viva Francesco Secondo” e a lanciare i berretti in aria. Obbliga il Sindaco a consegnargli le armi (17 fucili) presenti nel Comune e 24 ducati, lacera la bandiera tricolore, riduce a brandelli il ritratto di Vittorio Emanuele II e, ripercorrendo le vie del paese, sparisce allʼorizzonte.
A Gagliano, dove fa allontanare la Guardia Nazionale, la mattina del 23 agosto 1863, arriva come al solito con gran frastuono, sistema due suoi uomini sul campanile della chiesa per tenere sotto osservazione il paese, si ristora al caffè, si fa aggiustare gli stivali dal calzolaio, si lancia a passo di carica con i fucili spianati passando vicino alla sede della Guardia Nazionale e va via. Per oltre tre anni imperversa nel Basso Salento, diventando lʼemblema del “brigante spavaldo”, leale e coraggioso, mai macchiandosi di delitti e sempre alla guida della sua banda.
Nel 1864 viene catturato e processato e con sentenza del 12 settembre 1864 viene condannato a 7 anni di reclusione e due di lavori forzati. Un anno dopo, a soli 34 anni, inspiegabilmente, viene trovato morto in carcere (probabilmente avvelenato, come accade a molti briganti in quel periodo, per eliminarli “silenziosamente”). Lʼatipicità dello Sturno rispetto a quasi tutta la compagine “brigantesca” del periodo è proprio lʼassoluta mancanza di violenza gratuita e di delitti. Lʼanalisi dei carteggi esistenti presso lʼArchivio di Stato di Lecce, così come si evincono dagli elenchi compilati da Michela Pastore, ci restituiscono un personaggio che va anche letto fra le righe, nella considerazione che le relazioni erano svolte dagli organi di Polizia che avevano un interesse particolare ad enfatizzare le vicende o a screditare gli avvenimenti. La lettura incrociata ed organica della documentazione fa emergere il carattere strettamente politico dello Sturno: è un feroce oppositore del Re piemontese. La scelta di formare la sua banda tutta con ex soldati e renitenti alla leva (evitando di arruolare elementi della delinquenza comune), la rinuncia ad accordarsi con altre bande del territorio (Scardaffa di Gallipoli, Gianfreda di Alezio, Venneri di Alliste, Ferrari di Casarano ed altri) dedite a fenomeni di gratuita violenza, la conservazione della divisa militare borbonica e lʼuso costante della bandiera gigliata, la tattica di guerriglia utilizzata per sbaragliare il nemico, lʼincitazione alle popolazioni ad insorgere contro le truppe di occupazione, la distruzione dei simboli dei nuovi governanti (ritratti e bandiere), lʼassoluta mancanza di delitti e di violenze, esprimono in maniera inequivocabile la posizione di oppositore al nuovo regime da parte del brigante Lo Sturno.
Del resto, in lui come in tanti altri briganti, era ancora vivo il giuramento di fedeltà al proprio Re che si era asseragliato a Gaeta continuando a combattere contro gli invasori, che non avevano mai dichiarato formalmente guerra al Regno delle due Sicilie che avevano invaso anche contro il diritto internazionale. Si consideri inoltre che le vicende, travagliate e poco chiare, facevano ancora sperare tanta gente in un ritorno dei Borbone a Napoli.
La repressione del brigantaggio fu inverosimile e atroce, soprattutto dopo lʼemanazione della legge Pica nel 1863: furono distrutti interi paesi, fucilate migliaia di persone, uccisi vecchi donne e bambini, deportati in campi di concentramento migliaia e migliaia di “ʻnapoletani” (così venivano definiti i meridionali), annullate le garanzie processuali da secoli vigenti nellʼantico Regno, incendiati migliaia di ettari di boschi per scovare i briganti, aboliti gli usi civici, messe in vendita ai nuovi ricchi immense proprietà dello Stato e della Chiesa.
Lo Sturno, nel suo piccolo, interpretò lʼansia di ribellione e resistenza a questo nuovo devastante stato di cose, senza una strategia politica, senza collegamenti col più vasto movimento di insorgenza, senza alcuna direttiva organizzativa. Probabilmente se i destini del Mezzogiorno fossero stati diversi, oggi Lo sturno non sarebbe considerato un Brigante.

mercoledì 20 marzo 2013

LA CUDDURA



Durante le scampagnate nel giorno di Pasquetta, nel Salento si mangia la cuddura (dal greco kulloura che significa “corona”). Nell’antichità era prodotta da pastori o viandanti i quali la infilavano nel bastone o nel braccio e la portavano con loro nei loro spostamenti.

E' un pane con le uova sode (cuddura cull’ova), che si consuma a Pasquetta; tipico del Salento, di antica origine, legato all’uso dell’uovo durante i riti pasquali e tramandato dalla tradizione contadina, considerato per molto tempo il dolce pasquale dei poveri, ma poi rivalutato per la sua facile realizzazione e per le possibili varianti realizzabili  Una ricetta molto simile era preparato dalle ragazze per i fidanzati, a dimostrazione del loro amore, sagomandola a forma di cuore.


lunedì 18 marzo 2013

LA MASSA DI SAN GIUSEPPE

La massa di San Giuseppe.


Questo piatto rappresenta la ricetta più antica legata alla tradizione gastronomica Salentina. Le sue origini si possono trovare negli scritti del poeta latino Orazio, che decantava una minestra composta da ceci, porro e lasagne. In seguito nel Salento, questo tipo di pasta si è diffusa con il nome di "Tria", derivata dalla parola araba "itriyah" (pasta secca), o "Massa di San Giuseppe" perchè preparata proprio per il 19 marzo "Festa del Papà". Rappresentava il piatto principale delle "Tavole di San Giuseppe", un rituale antico durante il quale si allestivano delle grandi tavolate con i prodotti della terra per offrire un pasto ai poveri del paese. 

Ancora oggi in alcuni borghi si ripete, nel giorno del Santo, questo rituale per fare un voto o ottenere una grazia. Un piatto povero ma molto gustoso che ormai è preparato durante tutto l'anno. L'ingrediente principale sono i ceci, la pasta "Tria" si prepara semplicemente con semola di grano e acqua, il tutto è insaporito da una parte di pasta che viene fritta i "frizzuli" in olio extravergine di oliva .

sabato 16 marzo 2013

SAN GIUSEPPE E LE SUE TAVOLE



Il 19 Marzo, in tutto il salento (anche a Nociglia) si festeggia San Giuseppe all'insegna della tradizione popolare con le Tavole di San Giuseppe.


Secondo la tradizione le Tavole, in generale, costituivano il pranzo offerto in onore di S. Giuseppe.


Venivano imbandite nella stanza più spaziosa della casa, spesso la camera da letto. Il visitatore, entrando, trovava diverse tavole, tutte coperte da candide tovaglie e imbandite con le pietanze di rito. Sulla tavola più grande, al centro, veniva sistemata la statua o l'immagine del Santo circondata da fiori e candele accese come su un piccolo altare.

Le tavole si distinguevano tra cotte e crude. Le prime venivano preparate diversi giorni prima della festa ed i cibi cotti durante la notte. Le pietanze erano numerose: grossi pani a forma di tarallo da 5 Kg. circa con in mezzo un'arancia, teste di finocchio, pasta condita con ricotta fresca e miele, rape, ceci, pesci (per ricordare il miracolo della loro moltiplicazione), cavoli fritti, stoccafisso, cipollacci col ciuffo, vino. Pasti umili in memoria della povertà del Santo.

Le tavole crude presentavano oltre alle pietanze succitate, naturalmente crude, anche olio, miele.
Le varie pietanze erano disposte in bell'ordine su vari tavoli e, ove questi mancassero, sui letti.


Alle tavole venivano invitati parenti ed amici secondo il detto: San Giuseppe invita i soi, i soi (San Giuseppe invita i suoi, suoi) e rappresentavano i Santi: il più anziano San Giuseppe, il più piccino Gesù ed una donna giovinetta la Madonna.

I santi erano in numero di tre e sempre dispari richiamandosi al numero dispari della Sacra Famiglia ed al numero degli apostoli partecipanti all'ultima cena.

Alla vigilia della festa il parroco visitava la casa dove erano state imbandite le tavole per benedirle: da quel momento la casa rimaneva aperta ai visitatori che vi si recavano per ammirare, pregare ed assaggiare.
Anche durante la notte la casa rimaneva aperta, mentre i padroni vegliavano pregando.
A mezzogiorno, dopo che gli invitati rappresentanti i santi avevano ascoltato la messa e fatto la comunione, cominciava il pranzo.
Il posto di San Giuseppe era contrassegnato da un bastone foderato di carta e ornato di un mazzetto di fiori in cima, simbolo del miracolo per mezzo del quale il Santo fu scelto quale sposo di Maria.
San Giuseppe siedeva a capotavola, e battendo il bastone per terra, dava inizio al pranzo dopo aver recitato una preghiera e aver battuto dei colpi con la posata sul bordo del piatto a mò di segnale.
La preghiera veniva ripetuta ad ogni portata. Il pane non veniva consumato tutto: una parte era conservata per tutto l'anno ed usata contro il maltempo gettandone un pezzetto per aria tra una preghiera e l'altra. Il pane conservato a lungo non ammuffiva. Chiunque avesse partecipato alla tavola dava parte del pane che portava con sè agli amici e parenti, come se si trattasse di una reliquia. 
La festa di S. Giuseppe a Nociglia si colorava  invece di note differenti.
Il diciannove marzo la tavola ospitava dai 3 ai 7 commensali che simboleggiavano la sacra famiglia ed alcuni apostoli.
Venivano invocati S. Giuseppe, Maria, S. Gioacchino, Gesù e Sant'Anna.
Una filastrocca caratteristica ci riporta psicologicamente nei tempi in cui la fede era sentita profondamente e si riviveva l'atmosfera e l'evento come se accadesse realmente in quei momenti.

La tavola di S. Giuseppe era una tradizione che si rinnovava presso tutte le famiglie povere e benestanti con devozione; oggi viene perpetuata da pochi. I piatti tradizionali erano: lamponi con aceto e olio; cavolfiore bianco lesso o fritto; fave bianche con grano duro stumpàtu (pestato) e carico di pepe; pesce fritto; massa (pasta fatta in casa) o tagliarina condita con molto pane grattuggiato fritto e con miele; zucchero e cannella; bucatini con lo stesso condimento di pane grattuggiato e miele; stoccafisso al sugo; pane a forma di tarallo molto grande benedetto in chiesa in onore del Santo, finocchi.


Erano ammesse alla tavola di S. Giuseppe solo quelle persone che in quel momento rivestivano il ruolo del Santo.

A fine pranzo ogni Santo portava con sè a casa un piattino di maccheroni col miele, frittura e il grosso pane a forma di tarallo.


Con il passare degli anni questa tradizione è andata gradualmente perduta, ma ogni anno riproposta per risvegliare negli animi dei nocigliesi antichi ricordi di un passato che, se pur doloroso e copioso di  sacrifici e povertà, non dovrà mai essere dimenticato perché parte della nostra storia e materia prima della nostra crescita sociale e culturale: un bagaglio, quindi, da tramandare alle generazioni future affinchè non abbiano mai oblio delle proprie radici.